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“Ho visto passare Ghedina, una volta, in un attimo, piegato in due come un fazzoletto, veloce come un proiettile, in pericolo di vita ma con il sorriso stampato in faccia”, ha scritto Giovanni Veronesi. “Sì, perché ci sono personaggi nello sport che rischiano di continuo la vita e sono preoccupati e altri, come il Ghedo, felici. Sono pazzi? No, sono guerrieri romantici, come Lancillotto, come alcuni piloti di Formula Uno, Senna, Villeneuve, che non ce l’hanno fatta ma non importa, erano sorridenti, erano eroici nella loro scellerata vita, eroici e felici. Kristian Ghedina è uno di questi”. Dai primi ruzzoloni sugli sci alla minipista di bob che Kristian costruiva con le sue mani nel boschetto dietro casa di Cortina, fino alle prime vittorie, e al dolore più grande, quella scivolata che nel 1985 gli portò via la mamma in un fuoripista a Staunies. A pochi giorni dalle Olimpiadi, Kristian Ghedina racconta la propria storia, i suoi “templi dello sci”, dalla Streif a Wengen, dalla Val Gardena fino alle Tofane nella sua Ampezzo, nel confronto onesto e privo di ombre, com’è lui stesso, con gli altri grandi dello sci che ha incontrato. E con l’elemento primario: la neve, capace di restituirgli gioia e felicità, a suon di vittorie rocambolesche sulle piste più difficili e pericolose del pianeta.
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