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"Dalla folla alla classe": l'espressionistica epopea dell'uguaglianza ne La folla di Paolo Valera
Data
Sab 16 novembre 2024
Orari
10:30
Ingresso
Gratuito
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Una nuova edizione di un grande romanzo, rappresentazione materica, corale e potente dell'emersione a fine '800, dalla masse sottoproletaria di sconfitti dalla vita, di un ceto operaio consapevole dei propri diritti, ambientata a Milano, sullo sfondo del Casone del Terraggio di Porta Magenta. La presentazione inquadra il romanzo da due angoli prospettici differenti: quello della critica letteraria e quello della storia economica e sociale.
Il romanzo La folla (1901) è ambientato a Milano, lungo l’arco temporale 1867-1884, nel Casone del Terraggio di Porta Magenta, edificio fatiscente che ospita 484 famiglie. Scelta in fondo zoliana, quella di incardinare la narrazione su un solo ambiente, proposto come schermo, reale e simbolico, sul quale si accampano le storie di abiezione e di vitalità primordiale, di sacrificio e di ricerca del progresso, che identificano i processi sociali in atto. In una forma storicamente verosimile un ceto operaio, ancora solo episodicamente inserito nella dimensione di fabbrica, emerge e si stacca dalla massa sottoproletaria di emarginati, di sconfitti dalla vita. Romanzo antiletterario, è stato definito, per l’assenza apparente di una trama e di protagonisti. Ma protagonista è senz’altro la «folla», che opera non come entità collettiva, ma come costellazione di destini individuali. Da tale agglomerazione, numerica e anonima, dove i rapporti tra le persone sono assenti o violenti, si stagliano tuttavia profili più complessi, la cui intelligenza del reale sottolinea il passaggio «dalla folla alla classe» (Portinari): Giorgio Introzzi, borghese umanitario, erede della proprietà del Casone, la lavandaia Annunciata, già adolescente dalla spensierata libertà sessuale («fu di molti senza mai essere di alcuno»), poi fiera della sua indipendenza di donna, Giuliano Altieri, materassaio, che salda l’eredità ideologica paterna, di un solidarismo mazziniano, con la coscienza di classe di tipo socialista. L’unione finale tra Giuliano e Annunciata, che abbandona il marito Giorgio (il quale donerà loro il Casone affinché facciano edificare al suo posto un Palazzo del Lavoratori) è parsa contraddire la natura stessa dell’opera, di rivolta allo schema idillico del romanzo italiano: ma se è conclusione forse precipitosa, essa tuttavia riassume l’immagine di una lenta, ma sicura e non violenta transizione del ceto operaio alla coscienza di sé come cittadini, in contrasto con le false e grottesche accuse di tentata insurrezione armata diffuse, a Milano nel 1898, per giustificare la sanguinosa repressione militare.